Rimedi naturali
Drenaggio: cinque piante che accompagnano il lavoro degli emuntori

«Mi consigli qualcosa per depurarmi.» È la richiesta più frequente che ricevo, ed è anche quella che va smontata per prima. Non esiste una pianta che depura: esistono piante che accompagnano il lavoro di un emuntorio preciso, in una persona precisa, per un tempo definito.
Prima la domanda giusta
Drenare significa sostenere l’eliminazione attraverso una via specifica. Quale? Il fegato lavora diversamente dai reni; l’intestino ha esigenze sue. Scegliere la pianta senza aver capito quale via sia in sofferenza è come prendere un treno a caso perché si ha voglia di partire.
Le cinque piante e cosa fanno davvero
Tarassaco (Taraxacum officinale)
Amaro, tradizionalmente impiegato per sostenere la funzione epatobiliare e la diuresi. Si usa la radice — più che le foglie — in decotto o estratto secco. È la pianta d’apertura di molti percorsi primaverili proprio perché lavora su due fronti insieme.
Carciofo (Cynara scolymus)
Coleretico e colagogo: favorisce la produzione e il deflusso della bile. Utile quando la digestione dei grassi è lenta e pesante. Sconsigliato in caso di calcolosi biliare: se la via di deflusso è ostruita, stimolarla non aiuta.
Cardo mariano (Silybum marianum)
La più studiata delle cinque, e anche la più fraintesa. Il Manuale MSD è netto: le evidenze di un beneficio significativo nelle epatopatie sono limitate. Non è la pianta che «ripara il fegato dopo gli eccessi». Ha invece un profilo di interazioni che va conosciuto — ne parlo tra due paragrafi.
Bardana (Arctium lappa)
Tradizionalmente associata alla pelle, che in Naturopatia si legge come emuntorio a tutti gli effetti. Impiegata nei terreni in cui le manifestazioni cutanee sono ricorrenti. Richiede tempi lunghi: chi cerca un effetto in una settimana rimarrà deluso.
Betulla (Betula pendula)
Diuretica, orientata alla via renale. Le foglie in infuso, la linfa in primavera. Non va usata quando esiste una insufficienza renale o cardiaca: aumentare il lavoro di un rene già in difficoltà non è drenaggio, è un carico in più.
Forme, tempi, buon senso
- Infuso per le parti tenere (foglie, fiori), decotto per radici e cortecce: quindici minuti di bollitura, non due.
- Estratti secchi titolati quando serve una quantità costante di principio attivo. È la forma più adatta ai percorsi strutturati.
- Tempi: tre settimane di assunzione e una di pausa è uno schema prudente. Il drenaggio continuo tutto l’anno non è drenaggio: è abitudine.
Il punto
Queste cinque piante non guariscono nulla. Accompagnano un organismo che sta già facendo il suo lavoro, e lo fanno bene solo se scelte sul terreno di quella persona. Se state assumendo farmaci, la conversazione comincia dal vostro medico: non è una formalità, è la premessa perché il percorso abbia senso.
Interazioni: la parte che si salta sempre
Il cardo mariano può potenziare l'effetto dei farmaci ipoglicemizzanti, interferire con alcuni antiretrovirali (indinavir, saquinavir), aumentare l'effetto del warfarin con rischio di sanguinamento e innalzare i livelli ematici di alcuni chemioterapici, calcio-antagonisti e antibiotici. Chi è allergico alle Asteraceae (margherite, crisantemi, calendula) può reagire anche al cardo mariano, al tarassaco e al carciofo. Le donne con patologie ormono-sensibili dovrebbero evitarlo. Fonte: Manuale MSD, versione per i pazienti.
«Naturale» non significa «privo di effetti». Significa che gli effetti vanno conosciuti.
Scritto da Giamilla Zandenego, Naturopata. Questo articolo ha finalità divulgativa: non sostituisce il parere del medico e non propone diagnosi né terapie.


